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Un reportage fotografico è un racconto per immagini e come tale avrebbe l’obbligo di un contesto ed un contenuto. Un viaggio alla scoperta di un paese, si conclude generalmente con un elenco di fotografie, ognuna con delle caratteristiche diverse.
Con il proposito di realizzare un servizio in piena regola, ho suddiviso le foto in due categorie: paesaggi e foto di strada.
Nel primo caso, attraverso una personale intuizione o colpo d’occhio, si va alla ricerca di un’inquadratura originale, uno scorcio che renda particolarmente interessante un panorama. L’argomento si fa più complesso se vogliamo descrivere un evento dove occorre fissare l’attimo fuggente.
Rimane il desiderio di provarci con l’obbligo di formulare una domanda: “Esiste un tipo di fotografia che sia più da reportage rispetto ad un’altra?”.
Da sempre sono stato affascinato ed attratto dal continente sudamericano e senza pensarci troppo a lungo, appena l’occasione si è presentata, l’ho sfruttata.
Come spesso capita con le più belle avventure, anche questa cominciò per caso nell’estate del 2009, quando decidemmo di realizzare un viaggio in Argentina.
Tra le Ande ad ovest e l'Oceano Atlantico a sud-est, è ripartita approssimativamente in quattro porzioni: le pianure della Pampa nel centro, il plateau della Patagonia nella metà meridionale fino alla Terra del Fuoco, le piane subtropicali del Gran Chaco a nord e la catena delle Ande ad occidente.
Il viaggio può essere immaginato tracciando un percorso irregolare che inizia da Buenos Aires e prosegue verso il nord attraverso le sue principali provincie. Ecco situazioni tipiche rubate dal loro contesto quotidiano, immortalate in alcune caratteristiche zone di Buenos Aires: ballerini di tango nel quartiere di Recoleta, artisti di strada a Sant’Elmo, lato pittoresco nel barrio de la Boca.
Dopo alcuni giorni trascorsi a Buenos Aires, decidiamo di prendere un aereo per arrivare a Las Cataratas del Iguazù al confine tra gli stati del Paraguay, Argentina e Brasile. Queste cascate raggiungono altezze fino a 70 metri e prendono nome dal fiume omonimo che dopo il gran precipizio confluisce nel Paranà.
L’appellativo Iguazú deriva dalle parole Guaraní y (acque) e guasu (grandi). La leggenda indigena sulla creazione delle cascate narra della bellissima Naipi, figlia di un capo tribù e destinata al dio Serpente. Il giorno del sacrificio, il guerriero Caroba la rapisce e scappa in canoa con la sua innamorata. L’evento fa infuriare la divinità che squarcia il corso del fiume con la conseguente creazione delle cascate: la leggenda narra che i due giovani precipitino nelle sue acque tumultuose. Lei viene trasformata in una rupe e il suo compagno in un albero proteso sul torrente: da allora, da questa posizione, i due amanti continuerebbero ad osservarsi. Ai piedi dell'albero c'è una grotta dove il dio Serpente sorveglierebbe le sue vittime affinché non rompano il sortilegio.
La Garganta del Diablo è il luogo impressionante: da qui si vedono precipitare le acque in un rombo fragoroso e in turbini di vapore, uno spettacolo da meditazione.
Dopo aver attraversato in autobus le regioni di Corrientes, Chaco, Salta e Jujuy giungiamo al profondo nord: siamo a La Quiaca, cittadina al confine con la Bolivia.
L’approdo è traumatico: i finestrini del collettivo sono completamente appannati e iniziano a formarsi i cristalli gelati sulla superficie esterna del vetro. L’alba è ancora lontana e si prospetta una temperatura rigidissima. Appena scendo il freddo mi assale, penetra nelle mie membra riscaldate dal tepore della notte e non vedo l’ora di ritirare il bagaglio per indossare tutto quello che si trova al suo interno per formare strati di vestiti fino a raggiungere un calore accettabile.
Dopo aver lasciato la stazione degli autobus inizio a passeggiare per il paese che si anima con il crescere del sole; gli abitanti sembrano delle piccole formiche colorate che incominciano a muoversi per raggiungere i loro luoghi di lavoro, per lo più venditori di artesanias locale o impiegati nel mercato ortofrutticolo.
Ad oltre 1500 chilometri da Buenos Aires, il paesaggio è completamente diverso: siamo in pieno territorio andino e l’atmosfera che si respira è difficile da dimenticare.
Alle 11 del mattino siamo in taxi: ovviamente ci siamo dovuti pazientemente accordare sul prezzo. La strada fra La Quiaca e Yavi si snoda in un paesaggio incontaminato.
Il tassista guida lentamente per farci godere in pieno il panorama e gentilmente si arresta ad ogni richiesta per scattare foto.
Superiamo una serie di colline dalle forme inusuali, quasi dipinte. La sensazione di perdersi nell’infinito del paesaggio ci abbandona quando lontano, nella piana assolata, iniziamo a scorgere il pueblito di Yavi: luogo tanto straordinario quanto isolato, dove i toni si contrastano con l’azzurro del cielo.
Iniziamo la perlustrazione per le stradine e improvvisamente veniamo accolti dallo sguardo curioso di due bambine che regalano un sorriso alla nostra presenza ed una delle più belle immagini che sono riuscito ad immortalare.
Nei giorni successivi raggiungiamo Humahuaca, Tilcara e Purmamarca che continuano ad elargire colori e visioni sorprendenti.
Un esempio è la Quebrada de Humahuaca, una lunga ed ampia valle di 155 chilometri situata nella parte orientale dell’altopiano andino, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità nel 2003.
Un altro spettacolo della natura è la Salinas Grande, un enorme lago di sale che raggiungiamo dopo aver percorso 80 chilometri di tornanti che si snodano fino ad arrivare e superare i 4000 metri di altitudine.
A metà pomeriggio ci aspetta l’ennesimo spostamento in autobus, direzione Salta, sosta obbligatoria per poi percorrere la strada panoramica fino a Cafayate: “La ruta de las conchas”.
L’uomo che viaggia accanto a me, silenzioso, apre il suo borsone e inizia a preparare il mate. Il suo profilo, naso affilato e zigomi alti, si staglia contro l’intensa luce del finestrino e richiama alla mia mente sembianze già viste e riviste nei giorni passati.
Cebar mate è l'espressione tipica che significa "preparare il mate e servirlo": si tratta di un vero e proprio rito guidato dal cebador.
Dopo essere stato riempito di yerba, il mate (o porongo, un apposito recipiente per preparare l'infuso ricavato da una zucca, oppure in legno, o in metallo) viene tappato con la mano e agitato per sistemare il contenuto all'interno. Successivamente viene versata l'acqua calda (scaldata, non fatta bollire, e conservata in un recipiente termico); l’acqua va versata sempre nello stesso punto in modo da irrorare solo una parte delle foglie e lasciare asciutta l'altra. Nel punto in cui è stata inumidita l’erba, si inserisce la bombilla (una specie di cannuccia in metallo) che non dovrà mai essere spostata. Il cebador beve per primo aspirando l'infuso fino a provocare il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido. A questo punto aggiunge altra acqua e passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra: questo sorseggia fino in fondo e lo rende al cebador che lo rimpingua e lo passa al secondo invitato, poi ad un terzo e così via. Si continua facendo circolare il mate anche per ore.
Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime sono esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada. Alla fine l'erba mate sarà tutta sfruttata: si tratta ormai di mate lavado, non resta che ricominciare tutto da capo.
Una leggenda indigena menzionata dallo scrittore Eduardo Galeano nel suo libro “Memoria del fuego” ci fa conoscere l’origine dell’erba mate:
“La luna moriva dalla voglia di metter piede sulla terra. Voleva assaggiare la frutta e fare il bagno in qualche fiume.
Grazie alle nubi, poté scendere. Dal tramonto fino all’alba, le nubi coprirono il cielo perché nessuno si accorgesse che mancava la luna.
La notte sulla terra fu una meraviglia. La luna passeggiò per la selva dell’alto Paranà, conobbe misteriosi aromi e sapori e nuotò lungamente nel fiume. Un vecchio spaccalegna la salvò due volte. Quando il giaguaro stava per conficcare i denti nel collo della luna, il vecchio sgozzò la fiera col suo coltello; e quando la luna ebbe fame, la portò a casa sua. «Ti offriamo la nostra povertà», disse la moglie dello spaccalegna, e le diede tortillas di mais.
La notte seguente, dal cielo, la luna si affacciò in casa dei suoi amici. Il vecchio spaccalegna aveva costruito la sua capanna in una radura della foresta, molto lontano dai villaggi. Là viveva, come in esilio, con sua moglie e figlia.
La luna scoprì che in quella casa non restava niente da mangiare. Le ultime tortillas di mais le avevano date a lei. Allora illuminò il posto con la sua luce migliore e chiese alle nubi di far cadere, intorno alla capanna, una pioggerella molto speciale.
All’alba erano spuntati in quella terra alberi sconosciuti. Tra il verde scuro delle foglie si intravedevano i fiori bianchi.
La figlia del vecchio spaccalegna non è mai morta. E’ la padrona dell’erba mate e va per il mondo offrendola agli altri. L’erba mate risveglia e dormienti, modera i pigri e rende fratelli i popoli che non si conoscono”.
Ciò che mi incuriosisce di questo popolo sono i lineamenti dei loro visi. Per circa un terzo sono di origine italiana e per un quarto spagnola; degli amerindi autoctoni, sterminati fino ai primi anni del XX secolo, sopravvivono solo alcuni nomadi nel Chaco e i Guaranì nella provincia di Misiones: un miscuglio di derivazione europea, con una componente indigena e meticcia.
Intorno al 1870 iniziò una massiccia immigrazione proveniente dall'Europa che si protrasse fino alla vigilia del primo conflitto mondiale (1914). Si riattivò successivamente negli anni venti del novecento, perdendo però vigore nel decennio successivo. L'ultima grande ondata immigratoria si registrò a partire dal 1945, prolungandosi fino agli inizi degli anni sessanta. Fra il 1869 ed il 1971 sono complessivamente entrati in Argentina oltre 9.000.000 di immigrati, in grande maggioranza europei e fra questi quasi 3.500.000 italiani (ma anche molti spagnoli, e, in minor numero, francesi, tedeschi, svizzeri, polacchi ed inglesi). L'Argentina è senz'altro il paese al mondo che ha accolto più immigrati dopo gli Stati Uniti.
Negli ultimi decenni, l'immigrazione dall'Europa è cessata quasi del tutto, sostituita da quella procedente dai paesi limitrofi (Bolivia e Paraguay in particolare) localizzata in massima parte nelle province settentrionali del paese.
Nell’ultima settimana di viaggio visitiamo le città di Cordoba e Rosario prima di ritornare alla Capital Federal.
Cordoba è situata ai piedi della catena montuosa Sierras Chicas, sulle rive del fiume Primero, circa 700 chilometri a nord-est di Buenos Aires: con quasi 1.300.000 abitanti è la seconda città dell’Argentina per popolazione.
Centro universitario con la più antica Facoltà del Sudamerica, è una città artisticamente all’avanguardia con numerosi monumenti risalenti ai tempi del colonialismo spagnolo. Può essere definita la capitale del divertimento, o almeno questa è stata la mia esperienza.
Rosario, capoluogo dell'omonimo dipartimento, è l’abitato più grande e popoloso della provincia di Santa Fe. Situata a circa 300 km da Buenos Aires, il suo porto sul fiume Paraná (lungo 2.570 chilometri è il secondo fiume del Sud America dopo il Rio delle Amazzoni) è fra i più importanti del paese. Vanta importanti musei, biblioteche e parchi naturali e conserva uno spirito elegante e signorile grazie alle ville edificate lungo i maestosi boulevard.
Il tracciato urbano segue il classico schema delle città coloniali: rettifili che si intersecano perpendicolarmente formando quadrilateri (cuadras). Solo la zona intorno al porto ha un andamento più irregolare dovuto alle particolari caratteristiche del terreno.
La città di Rosario è conosciuta come la "Cuna de la Bandera", il più importante e rappresentativo "Monumento Storico Nazionale alla Bandiera" terminato nel 1957 per commemorare il luogo dove, nel 1812, si issò per la prima volta la bandiera argentina.
Sono le 3 del pomeriggio e siamo pronti per affrontare l’ultimo tragitto in bus per Buenos Aires. Nella capitale veniamo accolti con un leggero vento primaverile, indizio che l’inverno sta terminando ormai prossimi alla fine del mese.
Usciamo dalla stazione e con il primo taxi disponibile raggiungiamo il “nostro” appartamento al numero 146 dell’avenida Bernardo Irygoyen.
L’ultima immagine che ricordo di questo sorprendente viaggio è la metropoli dal finestrino dell’aereo. Tre settimane sono troppo poche per farsi anche una minima idea di un paese sconosciuto, sono però sufficienti per cogliere il senso di umanità ed ospitalità degli abitanti che ho avuto modo di incontrare. Sono partito con la speranza di trovare altro, tutto ciò che non conoscevo, all’inseguimento di idee, di persone, di storie di cui avevo solo letto: sono ritornato con una nuova esperienza da raccontare.
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